PALESTINA LIBERA - i fontanari torremaggioresi

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PALESTINA LIBERA

F R E E     P A L E S T I N E
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“Non ci avete cancellati”
						
						Avete contato le nostre case
						come numeri in un rapporto.
						Avete contato i nostri morti
						senza imparare i loro nomi.
						
						Ma noi non siamo statistiche.
						Siamo il grido che vi attraversa il sonno.
						
						Avete alzato muri
						pensando di fermare il cielo.
						Avete chiuso confini
						come se la dignità avesse bisogno di un visto.
						
						Ma la dignità non si occupa.
						Non si bombarda.
						Non si sfratta.
						
						Ogni volta che credete
						di averci piegati,
						una madre ricuce la bandiera
						con le dita tremanti
						e insegna a suo figlio
						che la libertà non è uno slogan,
						è respiro.
						
						E nella tasca tiene una chiave.
						Fredda. Pesante. Ostinata.
						Non apre più una porta visibile,
						ma apre la memoria.
						
						È la chiave di una casa
						che vive ancora nei racconti,
						di un cortile dove il sole cadeva storto
						e l’odore del pane attraversava il mattino.
						
						Ci avete voluti invisibili.
						Eppure siamo ovunque:
						nei cortei,
						nei libri proibiti,
						nelle università che discutono il nostro nome,
						nei cuori che rifiutano di restare neutrali davanti all’ingiustizia.
						
						Non ci avete cancellati.
						Ci avete resi memoria viva.
						
						E finché quella chiave passerà
						di mano in mano
						come si passa una promessa,
						finché la parola “ritorno”
						non sarà un ricordo ma un passo,
						
						la Palestina non sarà una questione diplomatica.
						Sarà la porta che un giorno si riapre.
						Sarà il passo che torna a casa.
						Sarà futuro che insiste
						contro ogni tentativo di farlo tacere.
						

Maya Issa




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La bandiera della Palestina rappresenta una nazione non pienamente riconosciuta, una popolazione divisa tra territori occupati, parla di diaspora e rifugiati, di una battaglia per la sopravvivenza e per l’identità di un popolo che dura da oltre un secolo.


La bandiera palestinese nasce nel 1916 come vessillo progettato da Sharif Hussein per la rivolta araba contro l’Impero Ottomano e nel 1917 diventa simbolo del Movimento Nazionale Arabo. Circa 30 anni dopo, il 18 ottobre 1948, il Governo della Palestina  adotta questa bandiera a Gaza come simbolo contro il sionismo e il colonialismo israeliano e la Lega Araba la riconosce come bandiera  provvisoria del popolo palestinese.  
Nel 1964 l’OLP – Organizzazione per la Liberazione della Palestina –  riconosce la bandiera come emblema del popolo palestinese. Ma solo nel 1988, durante la prima Intifada, diventa la bandiera ufficiale della Palestina, in seguito alla proclamazione della nascita dello Stato di Palestina da parte del Consiglio Nazionale Palestinese.  Il 30 settembre 2015, la bandiera della Palestina è stata issata per  la prima volta presso la sede delle Nazioni Unite a New York, come gesto  simbolico.


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L'anguria in Palestina è simbolo di resistenza e vita ed è diventata un emblema della causa palestinese

L'uso dell'anguria come simbolo del conflitto israelo - palestinese venne usato per la prima volta dopo la " Guerra dei Sei Giorni " nel 1967 quando Israele prese il controllo della Cisgiordania, di Gaza e annesse Gerusalemme Est. Il governo israeliano rese l'esposizione pubblica della bandiera palestinese un reato penale. Per aggirare il divieto i palestinesi iniziarono a esporre l'anguria; una volta aperto, il frutto,  riporta i colori nazionali della bandiera palestinese: rosso, nero, bianco e verde.


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La Kefiah è il simbolo del popolo palestinese e della lotta per la liberazione della Palestina


Simbolo emblematico della Palestina, è caratterizzata da disegni che  portano con sé significati profondi e storici. I suoi disegni includono  la rete da pesca, che rappresenta l’economia tradizionale basata sulla  pesca nel Mediterraneo e nel Mar Morto, e le incisioni di foglie di  ulivo, simbolo di pace, prosperità e rinascita nell’iconografia  mediterranea e palestinese. Inoltre, le linee delle antiche rotte  commerciali intrecciate nella kefiah rappresentano la storia delle  interazioni commerciali e culturali nel Mediterraneo e nel Vicino  Oriente, enfatizzando il ruolo cruciale della Palestina come crocevia di  scambi globali di beni e idee. Questi disegni non sono semplici  decorazioni, ma riflettono un ricco patrimonio di identità, resistenza e  connessioni storiche che continuano a influenzare il simbolismo e  l’importanza della kefiah nel panorama contemporaneo.



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"Se gli ulivi conoscessero le mani che li hanno piantati, il loro olio diventerebbe lacrime"         Mahmoud Darwish

"Gli ulivi occupano un posto speciale nel cuore di ogni palestinese. Non solo costituiscono un’ancora di salvezza economica per le oltre 80.000 famiglie che li coltivano nella sola Cisgiordania, ma rappresentano anche il simbolo della fermezza e della resistenza politica, poiché gli ulivi , vecchi di migliaia di anni, collegano la nostra gente alla loro terra in uno dei più grandi e più bei esempi viventi dell’identità e del patrimonio culturale palestinese. Nella regione MENA la coltivazione dell’olivo risale a quasi 6.000 anni fa e, naturalmente, i prodotti a base di olive sono anche un ingrediente chiave della cucina palestinese."   Amira Gabarin

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A varie manifestazioni, come quella di Roma del 27 ottobre 2025, sono apparse immagini e modelli in scala maggiore di chiavi. Basta uno sguardo a capire la simbologia di tale oggetto: il ritorno a casa, l’appartenenza. A volte il collegamento è più diretto della semplice analogia, poiché sin dalla prima Nakba, nel 1948, molti cittadini palestinesi sfollati hanno portato con sé le chiavi della propria casa.

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Un altro simbolo che proviene dalla natura è il papavero, fiore nazionale della Palestina e tipico del territorio. Anch’esso sfoggia i colori della bandiera palestinese, oltre a un profondo rosso che richiama il sangue dei martiri. Oltre a indicare, come l’ulivo, la vicinanza tra la terra di Palestina e il suo popolo, il papavero sboccia a primavera, come a indicare la fine dell’oppressione in arrivo.


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Diversi  sopravvissuti all'Olocausto, discendenti di vittime della Shoah e  studiosi ebrei hanno espresso critiche severissime contro le azioni di  Israele a Gaza, definendole in alcuni casi un "genocidio".
Ecco i nomi principali emersi nel dibattito pubblico:
  • Stephen Kapos: Un  sopravvissuto all'Olocausto di 87 anni (sopravvissuto a Budapest),  attivista pro-Palestina, ha dichiarato che Israele sta manipolando la  memoria dell'Olocausto per giustificare "lo stesso tipo di atrocità" a  Gaza, definendo la situazione come "pulizia etnica attraverso il  genocidio".
  • Amos Goldberg: Professore  israeliano di storia dell'Olocausto presso l'Università Ebraica di  Gerusalemme, ha sostenuto in un saggio che la situazione a Gaza  costituisce un "crimine di genocidio", affermando che la distruzione  della Striscia è tale che "Gaza non esiste più".
  • Gabor Maté: Sopravvissuto  all'Olocausto da bambino, medico e autore, ha definito il genocidio a  Gaza "la cosa peggiore che abbia mai visto in vita mia".
  • Omer Bartov: Storico  israeliano dell'Olocausto, ha dichiarato che, sebbene inizialmente non  la considerasse tale, la situazione a Gaza si è trasformata in un  "genocidio" a causa delle azioni e della retorica, definendola una  situazione da "manuale".
  • David Grossman: Importante  scrittore israeliano, discendente di vittime dell'Olocausto, nel 2025  ha espresso parole durissime, affermando: "A Gaza è genocidio. Mi si  spezza il cuore, ma adesso devo dirlo".

Queste  voci, spesso criticate all'interno di Israele, sostengono che la  memoria dell'Olocausto non debba essere usata come scudo per le azioni  militari attuali e promuovono la necessità di difendere i diritti  palestinesi.    (fonte Al Overview )



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PARTI DEL LIBRO







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